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Il testo integrale è visionabile sul network della non autosufficienza:

 

Residenze per anziani e Covid-19: come non parlarne a sproposito

di Cristiano Gori (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento e Network Non Autosufficienza), Marco Trabucchi (Associazione Italiana di Psicogeriatria, Gruppo di Ricerca Geriatrica, Brescia e Network Non Autosufficienza)

 

L’ASSISTENZA AGLI ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI IN ITALIA

7° Rapporto

2020/2021

Punto di non ritorno

Le drammatiche vicende che hanno travolto tante residenze per anziani nel nostro Paese hanno raccolto notevole interesse. Mai prima d’ora, il settore aveva ricevuto una così ampia attenzione al di fuori della

cerchia di chi vi è – a vario titolo – direttamente coinvolto.

Alcuni insistono sull’assistenza domiciliare come alternativa alle strutture. A loro parere, quanto avvenuto dimostra che nel nostro Paese l’investimento sulla residenzialità è stato eccessivo poiché una parte significativa degli ospiti potrebbe usufruire di assistenza a domicilio. Luogo in cui, non entrando in contatto con altri anziani portatori di Covid-19, non si sarebbero ammalati. Tale ragionamento sfocia nell’equazione “troppa residenzialità = troppi contagi”.

I concittadini anziani ricorrono alle residenze quando le condizioni di salute richiedono cure qualificate sul piano clinico e assistenziale, che non possono essere prestate in maniera adeguata a casa. Qualche decennio fa le cose andavano diversamente, ma oggi sono molto pochi gli ospiti che potrebbero restare nella loro abitazione ricevendo gli interventi ai quali hanno diritto. È certo, quindi, che occorra investire maggiormente in soluzioni domiciliari e intermedie, ma questo sforzo dev’essere aggiuntivo e non alternativo a quello per la residenzialità.

Dimentichiamo per un momento tutti coloro i quali vivono in strutture residenziali o hanno una persona a loro vicina che ne è ospite. Quale idea si è fatta l’opinione pubblica italiana di tali strutture dopo la grande attenzione mediatica che le ha investite durante la pandemia? Prevalentemente, ha percepito che sono luoghi pericolosi, focolai di malattia e di morte. Nel momento della storia italiana in cui sulla residenzialità è stata riversata un’attenzione senza pari, il messaggio veicolato è stato questo. Ciò non è particolarmente

edificante, ma è un dato di fatto.

L’eredità di un simile messaggio, trasmesso con toni forti in un momento ad alta drammaticità emotiva, rimarrà nel tempo. Basta provare a mettersi nei panni di una persona qualunque che abbia conosciuto le strutture solo in occasione del Covid-19 e che, tra sei mesi o due anni, dovrà decidere se proporvi l’inserimento a un suo genitore.

Pertanto, nel prossimo futuro saremo tutti chiamati a uno sforzo senza precedenti di informazione e comunicazione rivolto alla società italiana per spiegare cosa sono, nella realtà, le strutture residenziali per anziani, sgomberando il campo da letture superficiali. Luoghi indispensabili per garantire cure appropriate a molti nostri concittadini fragili che, nell’assoluta maggioranza dei casi, sono trattati con competenza, delicatezza e attenzione, benché non manchino certamente aree di miglioramento.